Referendum costituzionale 2016: i caratteri del voto e il futuro dei comitati del NO


Concordo con le opinioni, espresse da Alfiero Grandi sul Fatto quotidiano del 4 gennaio , dedicate ad una valutazione del voto referendario ed ai compiti ai quali legare l’azione futura dei Comitati. Aggiungo alcune considerazioni :

  1. tra i motivi in assoluto più importanti alla base del successo del NO sta il disagio sociale e generazionale , figlio delle diseguaglianze e del classismo dall’alto. Tutte le analisi statistiche lo confermano e sarebbe sbagliato non prenderne atto e non trarne le debite conseguenze. Evitando per esempio di sopravvalutare la pur straordinaria esperienza di democrazia della quale sono stati protagonisti i Comitati . Esperienza cruciale per l’esito del referendum ma nient’affatto, da sola, in grado di dar conto del risultato e di reggere le sfide del prossimo futuro.

  2. Il paragone tra i referendum costituzionali del 2006 e del 2016 riserva qualche sorpresa . In primo luogo sui soggetti che li sostennero: nel 2006 furono sostanzialmente le elites politiche e poco altro , nel 2016 un enorme numero di cittadini e cittadine che , con il loro agire consapevole, hanno realizzato un’alfabetizzazione costituzionale di massa (dalla quale, non dimentichiamolo, sono rimasti tuttavia esclusi ampi strati di popolazione delle “periferie”). Il fatto che alcuni partiti di destra e di sinistra abbiano dato indicazione di votare NO poco cambia alla fondatezza dell’affermazione. Tutte le principali ragioni fondanti il merito del voto No al referendum del 4 dicembre sono state elaborate pressoché esclusivamente dai Comitati e proposte da questi al paese. Mai da tale punto di vista è esistito “un fronte del No”. Utile , piuttosto, ricordare che mentre nel 2006 centro destra e centro sinistra confliggevano in campi nettamente opposti , nel 2016 i ruoli si sono mescolati e sovrapposti in modo confuso e apparentemente paradossale. Segno del liquefarsi delle identità politiche. Utile, ancora, il paragone col referendum sull’acqua pubblica : anche allora centinaia di migliaia furono i cittadini attivi che trascinarono nell’impresa riluttanti parti del sistema politico: le quali successivamente , mai dimenticarlo, operarono per sconfessare il significato del voto stesso.

  3. A distanza di poche settimane dal referendum vediamo affermarsi logiche molto simili a quel che accadde dopo il voto sull’acqua pubblica: sostanziale oscuramento dell’esperienza dei Comitati e delle domande politiche che essi hanno veicolato, profonda sordità verso la realtà del paese come emersa dal voto, nessuna autocritica adeguata da parte delle forze al Governo . E’ una ferrea conferma dello statuto attuale della politica: autoreferenziale rispetto ai cittadini, reverente e supina verso i poteri irresponsabili. La c.d. “autonomia del politico” di cui si discettava negli anni 60 e 70, si è risolta da tempo come era inevitabile: privato della forza che deriva dalla rappresentanza sociale e dagli interessi materiali da organizzare esso, il politico, è governato sempre più in maniera eteronoma. Dobbiamo far tesoro di questa consapevolezza se vogliamo, come vogliamo, affrontare il mare aperto che ci attende.Evitando si ripeta quel che è accaduto con l’acqua pubblica.

  4. Il M5stelle ha fornito un importante contributo alla vittoria del No. Come del resto hanno fatto Anpi e CGIL ,le formazioni politiche di sinistra aderenti ai Comitati, l’elettorato e i gruppi dirigenti che fanno riferimento all’area di minoranza Dem. A tutti/tutte va rivolto l’invito a continuare il lavoro svolto assieme. Solo in tal modo sarà possibile realizzare risposte coerenti all’esito referendario. Anche il M5s sarà in questa direzione chiamato assieme a noi nei prossimi mesi ad una prova di maturità e di coerenza.

  5. Parlamenti e rappresentanza politica effettiva non sono più centrali da molti anni in Italia come in Europa, ben prima della proposta di riforma Boschi/Renzi. Merito del referendum del 2016 è stato permettere a tanti e tante di poter misurarsi con la realtà delle cose e di sostenere l’avvio di una nuova stagione democratica. L’Italia vede oggi un sistema politico in cui: a) la destra somma approcci identitari regressivi (razzismo e privatismo) e, soprattutto, un puro pragmatismo degli interessi senza alcun riferimento ideologico forte, b) il PD ,con la sua maggioranza , ha fatto propria la filosofia della diseguaglianza, c) la sinistra all’opposizione non ha superato una dimensione e un radicamento marginali, d) il M5stelle, che ha il merito di aver dato sinora uno sbocco positivo ai tanti cittadini per i quali è in crisi il rapporto di fiducia verso le istituzioni e la politica, rischia di alimentare anch’esso sentimenti qualunquistici con la teoria del “solo noi”. Un sistema politico che ha teso in questi anni , grazie ad una informazione manipolata ed all’occultamento delle cause dei conflitti, a “spoliticizzare” i cittadini e lo spazio pubblico. Il conflitto referendario si è svolto come si è svolto esattamente per questi motivi. Vi è poi una ragione più generale alla quale guardare se vogliamo comprendere la realtà dei fenomeni. Se nella prima metà del 900 i regimi autoritari/totalitari miravano all’onnipotenza dello Stato , oggi si mira invece all’onnipotenza del mercato: da qui la solitudine delle Costituzioni europee del dopoguerra, il loro inesausto assedio e la sconfessione dei suoi principii da parte dei legislatori ordinari. Da qui la perdita , irrevocabile in questo contesto, di centralità dei Parlamenti. Naturali vittime di questi nuovi idoli non potevano che essere la sovranità popolare e il ruolo politico del lavoro, l’una e l’altro ridotti a vuote maschere. Facile intuire come si trovi in questi fenomeni la radice dell’oscurantismo costituzionale (di cui ha dato ampia prova l’attuale Parlamento) e del dilagante trasformismo che da circa 20 anni e in misura crescente caratterizza il ceto politico italiano. Trasformismo e oscurantismo che crescono proporzionalmente al vanificarsi della rappresentanza democratica. Chiunque voglia ricostruire una effettiva rappresentanza politica nel mondo odierno dovrà perciò rimettersi in sintonia coi ceti popolari , tra i quali hanno un posto importante i ceti medi, e le loro esigenze. Evitando tentazioni elitarie che portano inevitabilmente verso le oligarchie.

Questa riflessione per affermare in conclusione che i Comitati non possono né debbono proporsi come partiti . Sono stati e devono restare soggetti sociali chiamati a sostenere istanze di rinascita democratica e di attuazione della Costituzione. Assieme , naturalmente, a tutte le forze politiche e associazioni e cittadini che vorranno essere della partita . I nostri compiti si presentano , per le ragioni dette, quanto mai difficili e impegnativi. Ambiziosi quasi oltre le forze su cui possiamo per ora contare. Ma la storia che abbiamo di fronte questo ci chiede e di questo dovremmo essere orgogliosi. Cominciamo quindi certo dalla messa in sicurezza dell’’art. 138 Cost. , dalla nuova legge elettorale che dovrà rispettare la prossima sentenza della Consulta sull’Italicum , dal sostegno ai 2 referendum promossi dalla CGIL e giudicati ammissibili (obiettivi a cui propongo di aggiungere al più presto una nuova legge sull’informazione e la riscrittura dell’art.81 Cost. che, così com’è risulta incompatibile coi principi di fondo della nostra Costituzione) : consapevoli che questi saranno , se raggiunti, i primi tasselli di un mosaico che punta a ricostruire nuove forme di rappresentanza democratica e di istituzioni su di essa basate. Orientate entrambe all’affermazione del principio di uguaglianza. Principio che è la prima vittima della sentenza della Consulta con la quale è stata decisa l’11 gennaio scorso l’inammissibilità del quesito referendario sull’art.18. Valuteremo il merito e il da farsi ma la scelta della Corte dice quanto sia ancora aspro il cammino da percorrere.

Avv. Mauro Sentimenti, comitato No nazionale


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