THE ECONOMIST "Perché l’Italia dovrebbe votare no al referendum"


Italy’s constitutional referendum Why Italy should vote no in its referendum  The country needs far-reaching reforms, just not the ones on offer

Italy’s constitutional referendum

Why Italy should vote no in its referendum

The country needs far-reaching reforms, just not the ones on offer

Traduzione integrale dell'articolo

24.11.2016

Il referendum costituzionale italiano

Perché l’Italia dovrebbe votare no al referendum

Il paese ha bisogno di riforme di ampio respiro, non solo di quelle a saldo

L’Italia è stata per lungo tempo la minaccia più grande per la sopravvivenza dell’Euro e dell’Unione Europea. Il suo Pil pro capite è fermo ai livelli dei tardi anni ’90. Il suo mercato del lavoro è sclerotico. Le sue banche sono gonfie di crediti non esigibili. Lo stato è appesantito dal secondo debito più alto della zona euro, al 133% del Pil. Se l’Italia vira nella direzione del default sarà troppo grande per essere salvata.

Questo è il motivo per il quale Matteo Renzi, il giovane primo ministro, è stato oggetto di tanta speranza. Egli pensa che il più grosso problema sottostante sia la paralisi istituzionale, e per il 4 dicembre ha indetto un referendum per (fare approvare) dei cambiamenti costituzionali che dovrebbero ricentralizzare i poteri dati alle Regioni e subordinare il Senato al ramo basso del Parlamento, la Camera dei Deputati. Ciò, insieme ad una nuova legge elettorale che cerca di garantire la maggioranza al partito più grande, gli darà il potere per far passare le riforme di cui ha bisogno l’Italia, o almeno così dice.

Renzi ha detto che qualora il referendum fallisse si dimetterebbe. Gli investitori e molti governi europei temono che la vittoria del NO trasformerebbe l’Italia nel terzo tassello del domino di un ordine mondiale traballante, dopo la Brexit e l’elezione di Donald Trump.

Questo giornale pensa tuttavia che gli Italiani dovrebbero votare NO.

La modifica costituzionale di Renzi non riesce a risolvere il problema principale, che è la mancanza di volontà di fare le riforme da parte dell’Italia. Ed i benefici secondari sono superati dagli svantaggi tra cui principalmente il rischio che - con l’intento di mettere un freno all’instabilità che ha dato all’Italia 65 governi sin dal 1945 - crei per elezione un uomo forte. Questo è il paese che ha prodotto Benito Mussolini e Silvio Berlusconi ed è vulnerabile al populismo in modo preoccupante.

E’ certo che il “bicameralismo perfetto” tipico dell’Italia, nel quale entrambi i rami del parlamento hanno esattamente gli stessi poteri, sia una ricetta per la paralisi. Le leggi possono rimbalzare avanti e indietro tra i due per decenni. Le riforme ridimensionerebbero il Senato dandogli per molte leggi un (mero, ndt) ruolo consultivo, come avviene per la camera alta in Germania, Spagna e Gran Bretagna.

Di per sé sembra una cosa assennata. Tuttavia, i dettagli del disegno di Renzi offendono i principi democratici. Per cominciare il Senato non sarebbe eletto. La maggior parte dei suoi membri sarebbe invece scelta dai Consigli regionali tra i consiglieri regionali ed i sindaci. Le Regioni e le municipalità rappresentano gli strati più corrotti del governo, ed i senatori godrebbero dell’immunità giudiziaria. Questo potrebbe trasformare il Senato in un magnete per i politici italiani più sordidi.

Allo stesso tempo Renzi ha approvato una legge elettorale per la Camera che dà un immenso potere al partito che in quel ramo ottiene più voti. Utilizzando diverse astuzie elettorali, esso garantisce che il partito più grande ottenga il 54% dei seggi. Il prossimo primo ministro avrebbe quindi un mandato quasi garantito per cinque anni.

Ciò potrebbe sembrare sensato se non fosse per il fatto che la lotta per far passare le leggi non è esattamente il problema principale che ha l’Italia. Misure importanti come ad esempio la riforma elettorale sono state votate sino ad oggi. E certamente le legislature dell’Italia approvano leggi tanto quanto quelle degli altri paesi europei. Se la risposta fosse (più) potere esecutivo, la Francia sarebbe un paese prospero: ha un potente sistema presidenziale, tuttavia, come l’Italia, è perennemente refrattario alle riforme.

Il rischio dello schema (messo in piedi da Renzi, ndt) sta nel fatto che il maggior beneficiario ne sarà Beppe Grillo, ex comico e leader del Movimento 5 Stelle, una scombussolata coalizione che chiede un referendum per uscire dall’Euro. Nei sondaggi viaggia ad appena pochi punti dietro i Democratici di Renzi e recentemente ha conquistato Roma e Torino. Il fantasma di Grillo come primo ministro, eletto da una minoranza e cementificato nella carica dalle riforme di Renzi, è qualcosa che molti Italiani – e la maggior parte dell’Europa - troveranno preoccupante.

Uno svantaggio della vittoria del NO sarebbe il rafforzamento della convinzione che all’Italia manca persino la capacità di individuare i suoi molteplici e paralizzanti problemi. Ma è lo stesso Renzi che ha creato la crisi scommettendo il futuro del suo governo sul test sbagliato. Gli italiani non dovrebbero essere ricattati. Renzi avrebbe fatto meglio a battersi per un maggior numero di riforme strutturali ad ampio spettro, dalla riforma di un sistema giudiziario pigro al miglioramento di un sistema scolastico pesante. Renzi ha già sprecato quasi due anni in armeggiamenti costituzionali. Prima l’Italia torna a riforme vere meglio sarà per l’Europa.

FONDAMENTA DEBOLI

Quale dunque sarebbe il disastro se il referendum dovesse fallire? Le dimissioni di Renzi potrebbero non essere la catastrofe che molti temono in Europa. Come tante volte nel passato l’Italia potrebbe assemblare un governo tecnico di transizione. Se in ogni caso la sconfitta al referendum dovesse innescare il collasso dell’Euro, allora sarebbe il segno che la moneta unica era così fragile che la sua distruzione sarebbe stata solo una questione di tempo.

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