LA PROPAGANDA BUGIARDA DEL GOVERNO: CONFERENZA STAMPA 22 NOVEMBRE COMITATO PER IL NO


Sintesi

Si è svolta stamattina, presso la sede della stampa estera a Roma, la conferenza stampa del Comitato per il no, nella quale sono intervenuti Felice Besostri, Anna Falcone, Domenico Gallo, Alfiero Grandi, Silvia Manderino, Massimo Villone, Vincenzo Vita e il presidente del Comitato, Alessandro Pace, che hanno ribadito le ragioni del no nel prossimo referendum costituzionale. Sottolineando che, nel caso il voto degli italiani all'estero fosse decisivo per la vittoria del sì e fossero rilevate clamorose anomalie, ci sarebbero i presupposti per impugnare il risultato. «Il voto è personale, libero e segreto - ha spiegato Pace - e all'estero non è garantita segretezza»; per non dire che «il voto all'estero è stato oggetto di forte pressione da parte del governo (la lettera di Renzi, l'atteggiamento di alcuni consolati) e si ha già notizia di irregolarità come voti doppi e schede non vidimate e aperte» ha ribadito Alfiero Grandi.

Ma il compito politico principale che il Comitato si è dato, ha detto Vincenzo Vita introducendo la conferenza stampa, è la difesa attiva della Costituzione italiana e della democrazia, «un compito politico che è superiore a tutti gli altri». Renzi accusa il fronte del no di non avere attenzione per le prospettive strategiche dell'Italia? Ma chi è che evoca «gli spiriti animali del capitalismo», i potenti della terra, i mercati finanziari? È il presidente del consiglio, colui che invece dovrebbe tranquillizzare e assicurare che chi vota no «ha diritto di cittadinanza». E lo fa con una esposizione mediatica da primato «che non ha precedenti, nemmeno ai tempi di Berlusconi». Al contrario, Vita ha sottolineato «la forza tranquilla del no: non siamo una forza eversiva; il nostro è un no di speranza».

Eversiva è invece la riforma stessa, perché approvata «contro la sentenza della Corte costituzionale» che ha giudicato illegittimo il Porcellum: «Questa riforma è un azzardo da parte di un parlamento drogato». Se vince il sì, «avremo un'altra Costituzione», perché dalla riforma esce «radicalmente cambiata la forma di governo», visto che non ci saranno più contrappesi a bilanciare il potere del governo. La riforma disegna «un cambiamento del modello di democrazia: si passa dalla centralità del parlamento alla centralità dell'esecutivo», ha ribadito anche Domenico Gallo. Per non dire, ha concluso Pace, che la riforma Renzi-Boschi ora è una «revisione governativa», totalmente schiacciata sull'indirizzo politico del governo.

Per Silvia Manderino, avvocato e vicepresidente del Comitato contro l'Italicum, la riforma mette in «grave pericolo» anche la prima parte della Costituzione, quella non formalmente toccata dalle modifiche, con una tripletta micidiale che provoca una «restrizione massima della partecipazione democratica dei cittadini»: l'annientamento della funzione legislativa del parlamento, «surclassato e sostituito dal governo»; l'annientamento delle competenze delle regioni, «con palese violazione dell'articolo 5 che sancisce il regionalismo italiano; l'annientamento dei diritti dei cittadini (vengono triplicate le firme per le leggi di iniziativa popolare, mentre lo sconto sul quorum nei referendum abrogativi è solo uno «specchietto per le allodole»).

Ma la propaganda del sì è soprattutto bugiarda, ha denunciato Massimo Villone, come quando afferma che votando sì avremo «una sanità uguale per tutti». «Una sanità uguale per tutti la si può avere già con la Costituzione così com'è - ha stigmatizzato Villone - Dunque se non lo è oggi, non lo sarà nemmeno con la riforma. È esecrabile che un primo ministro venda fumo attraverso menzogne pubblicitarie e che divida il paese per imbullonarsi alla poltrona di Palazzo Chigi». E vendere fumo non è mai una buona idea: «Prima o poi - ha chiosato Villone - gli elettori chiedono il conto delle promesse». Se vince il sì, «quella non sarà la mia Costituzione e nemmeno di molti italiani. E questo certo non è un bene per l'Italia», cosa della quale dovrebbero tenere conto Financial Times e Wall Street Journal (tanto per citarne due) quando paventano rischi per il nostro paese in caso di vittoria del no.

L'avvocato Felice Besostri, tra i promotori dei ricorsi anti-Porcellum e poi anti-Italicum, ha ribadito «lo stretto legame tra riforma e legge elettorale», legame confermato anche dal fatto che la Corte Costituzionale ha rinviato la decisione sui ricorsi, che nel frattempo sono diventati quattro (nei giorni scorsi si è aggiunto anche il tribunale di Genova che ha messo l'accento sulla non uguaglianza del sistema di voto).

Ma poi il problema dell'Italia è la Costituzione? La lentezza burocratica e l'instabilità politica sono colpa della Costituzione? Si tratta, per Anna Falcone, vicepresidente del Comitato per il no, di una gigantesca «operazione di distrazione di massa», perché la vera causa di instabilità sono le leggi approvate senza consenso, da governi «di minoranza» che si fanno ognuno le proprie riforme. Il primo problema da risolvere - ha concluso Falcone - è il «rapporto di fiducia tra politica e cittadini e non tra Camera e governo».

La conferenza stampa si è conclusa con un appello di Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato per il no, ai giornalisti della stampa internazionale: «Noi non abbiamo le risorse finanziarie per inviare lettere a milioni di cittadini. Aiutateci voi a informare l'opinione pubblica estera e gli italiani all'estero che questa riforma è una fregatura. È una fregatura perché chi si trova fuori dall'Italia perde il diritto di eleggere i senatori e non parteciperà al ballottaggio nelle elezioni politiche. È una fregatura perché nel quesito è scritto che si elimina il bicameralismo paritario e non è vero».

Quanto alle conseguenze in caso di vittoria del no, Grandi non si è tirato indietro: «Il governo ha messo tutto il suo peso in questa riforma, che non a caso è targata Renzi-Boschi. Se gli italiani la bocceranno verrà giù anche l'Italicum e il parlamento sarà obbligato a fare una nuova legge elettorale, non si potrà andare subito a votare. Non capisco perché Renzi se ne dovrebbe andare, non glielo ha chiesto nessuno - ha aggiunto Grandi - E comunque Renzi ha posto il problema, Renzi lo tolga dal tavolo».

«Non siamo un partito né un sindacato; non ci occupiamo del futuro del governo» ha ribadito Grandi, ma questo non significa che il Comitato non abbia da avanzare proposte per cambiare la Costituzione: «Per esempio, ridurre i parlamentari (più di quanto fa la riforma Renzi) ma in modo equilibrato tra Camera e Senato; oppure mi piace la sfiducia costruttiva sul modello tedesco. Il punto è cambiare come? Se cambiamento vuol dire eleggere Trump...». Il Financial Times, ha concluso Grandi, «farebbe bene a essere più attento ai veri elementi di instabilità»: «La legge di bilancio fatta per portare a casa voti sulla Costituzione (che per altro non c'entra nulla) comporta spese; sono spese giuste? Se il paese è imballato sul referendum da dieci mesi è perché lo ha voluto il governo. Avremmo potuto votare in ottobre, ma poi Renzi si è reso conto che non si trattava più della passeggiata plebiscitaria che si era immaginato».

E magari è per questo che, nel finale di partita, Renzi ha deciso di utilizzare a man bassa la carta del populismo. «Fa spece - ha sottolineato Vincenzo Vita - che il presidente del consiglio (non un lavoratore precario) chiami alla battaglia contro la casta, di cui lui stesso è il massimo rappresentante. È un rovesciamento incredibile; un espediente che non porta lontano». «Il miglior amico del movimento 5Stelle è proprio Renzi - ha concluso Alfiero Grandi - Da quando lui è presidente del consiglio i consensi dei grillini aumentano. Renzi dovrebbe guardarsi allo specchio e correggere il tiro delle sue politiche. Allora forse, il populismo perderebbe terreno».

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SITO UFFICIALE Comitato per il NO nel referendum sulle modifiche della Costituzione

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